Come sta andando la gestione della covid in Africa?

Lo scorso aprile, le Nazioni Unite spiegarono che se la CoViD-19 avesse raggiunto l’Africa, avrebbe potuto uccidere da 300.000 a 3,3 milioni persone. A maggio 2020, prendendo atto del numero estremamente basso dei contagi, l’OMS rivide quella previsione al ribasso, ipotizzando un massimo di 190.000 morti. Ad oggi sono 40.000 le persone che hanno perso la vita per la covid in Africa: è un numero troppo alto in assoluto, ma molto contenuto se si pensa che stiamo parlando dell’intero continente africano. Mentre scriviamo, i decessi per covid in Italia hanno superato i 39.250.

 

Quando parliamo di Africa ci riferiamo a 54 Stati indipendenti diversi per substrato sociale, culturale, economico. Ci sono però alcuni fattori comuni che hanno contribuito a evitare che nel continente si consumasse la stessa tragedia che ha investito Europa, Stati Uniti, parte dell’Asia e l’America Latina, esempi dai quali dovremmo trarre insegnamento.

 

Abitanti giovani. Come riporta un articolo sulla versione inglese di Wired, l’età media della popolazione africana ha di certo svolto un ruolo protettivo: il 60% degli abitanti del continente, infatti, ha meno di 25 anni (quasi la metà dell’età media italiana). In secondo luogo, una certa dose di protezione deriva probabilmente dall’ampia diffusione di malattie infettive incluse altre infezioni da coronavirus, che potrebbero offrire una sorta di immunità incrociata, indiretta, contro il SARS-CoV-2. In terzo luogo, le alte temperature riducono il tempo trascorso al chiuso aiutando a ridurre i contagi, anche se gli effetti del clima sulla vitalità del nuovo coronavirus non sono ancora chiari.

 

Asintomatici. Legato al fattore demografico è forse il fatto che, anche se il numero ufficiale di morti e di casi di covid rimane contenuto (in tutta l’Africa si registrano 1,7 milioni di infezioni), le persone che hanno contratto la malattia senza sintomi è probabilmente molto più alta. Da una ricerca svolta su 3.000 donatori di sangue kenyoti tra aprile e maggio 2020 è per esempio emerso che il 5,6% della popolazione aveva gli anticorpi al SARS-CoV-2 (a Mombasa, quasi il 10%). All’epoca però il Kenya aveva registrava solo 2.093 casi di contagio e 71 decessi, numeri più bassi rispetto a Paesi europei con una simile sieroprevalenza.

 

sistemi già collaudati. Inoltre, l’alta incidenza di tubercolosi, HIV, Ebola e polio in vari Paesi africani ha consentito di formare personale sanitario abituato a gestire le epidemie, e fatto in modo che alcune infrastrutture già usate contro altre infezioni venissero sfruttate per la covid. In Sudafrica, la rete di contact tracing allestita contro la tubercolosi è stata infatti riutilizzata per rintracciare i casi di CoViD-19.

 

Perché tante epidemie nascono in Asia e in Africa?

Chiusi comunque. Nonostante la prima ondata non sia stata devastante come si temeva, 34 dei 54 Paesi africani hanno imposto periodi di lockdown o coprifuoco, e approfittato della tregua offerta dai lockdown per incrementare la capacità di test. Nel Sudafrica, lo Stato dell’Africa meridionale più colpito dai contagi, sono stati messi in campo 28.000 operatori sanitari soltanto per fare tamponi. Nel Paese in cui 7,7 milioni di persone sono sieropositive e in cui ci sono 520 casi di tubercolosi ogni 100.000 abitanti, si temeva che il coronavirus facesse una strage tra i malati immunodepressi, ma dopo la fase più critica di luglio la curva pandemica è tornata sotto controllo. 

 

Conseguenze a cascata. Il punto debole nella lotta africana al coronavirus resta la capacità di test. A metà settembre erano stati testate più di 12 milioni persone in tutto il continente con un tasso di positività del 10%. Per John Nkengasong, direttore dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) africani, occorrerebbe però effettuare 15 milioni di test al mese in Africa per non “inseguire” il virus e tenere sotto controllo la pandemia.

 

Anche se le morti per covid sono rimaste basse, in Africa preoccupano le conseguenze del sovraccarico dei sistemi sanitari sulle altre malattie epidemiche, come HIV, tubercolosi e malaria. I conti della mancata cura o prevenzione di queste infezioni si presentano in ritardo: se una persona non riesce ad accedere alle cure antiretrovirali a causa della pandemia, non muore subito, ma qualche mese più tardi. Nel 2014, alle 11.300 morti per Ebola, si sommarono 10.600 decessi in eccesso per altre malattie, soprattutto le tre citate, visto che la covid ha bloccato per alcuni mesi le campagne vaccinali di massa, incluse quelle contro malaria e tbc. Il rischio è di assistere nei prossimi mesi a un aumento delle morti per cause non covid.

 

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