La scuola deve essere l’ultima a chiudere

coronavirus e diritto all’istruzione

Occorre prendere una decisione politica, che vada oltre l’emergenza e le situazioni locali e decidere è una priorità per il paese

di Mauro Piras

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Occorre prendere una decisione politica, che vada oltre l’emergenza e le situazioni locali e decidere è una priorità per il paese

4′ di lettura

Anna e Luca
Anna ha 14 anni. Frequenta la prima superiore in una grande città. A gennaio, quando era ancora in terza media, ha scelto la sua nuova scuola, tra mille esitazioni, perché era solo a metà dell’anno e avrebbe voluto aspettarne la fine, con l’esame, per capire meglio cosa fare. A marzo la scuola ha chiuso, è iniziato il lockdown. È stata per un po’ di tempo senza lezioni, poi ha iniziato la didattica a distanza. Ha finito la terza media così: dal computer, anche l’esame finale. Si è impegnata, si sono impegnati i docenti, la scuola, tutti; ma le è rimasta quella insicurezza, tutto è finito in modo incerto, “chissà se ho scelto bene”.

Le finestre aperte

A metà settembre ha iniziato le lezioni nella nuova scuola, in mezzo a mille difficoltà: le mascherine, il gel, le distanze, gli intervalli in aula, le finestre sempre aperte (bene col caldo, ma dopo…); mancavano tantissimi docenti, all’inizio (chissà perché proprio nelle prime, si chiedeva Anna) e ancora ne manca qualcuno in questi giorni; e poi non sono arrivati i banchi nuovi, quindi si seguono le lezioni dalle sedie con le ribaltine, scomodissime, si scrive male. “La scuola alla fine forse è quella buona, ma insomma quanto è difficile starci.”

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Poi arriva questa notizia: di nuovo didattica a distanza per il 75% delle lezioni. Anna segue le lezioni in presenza un giorno su quattro. Le manca il terreno sotto i piedi.

Luca ha 16 anni, frequenta la terza superiore in un piccolo centro di provincia. La sede della sua scuola è stata creata, a suo tempo, per ridurre gli spostamenti in autobus da lì verso il capoluogo. Lo scorso anno scolastico, alla fine del biennio, ha lavorato sodo durante il lockdown: ce l’ha messa tutta per non restare indietro, e anche i professori ce l’hanno messa tutta. Ma è stato faticoso, Luca non era contento: la ha detestata, la didattica a distanza. Non vuole ricaderci. A settembre ha iniziato il triennio, le nuove materie, i nuovi docenti, l’uscita dall’obbligo. Nella sua scuola si lavora bene. Sono pochi quelli che si muovono con gli autobus. E ora nella sua regione didattica a distanza al 100% per tutto il triennio. Non se lo aspettava. E comunque non così presto, senza nessuna preparazione.

Decidere che la scuola è una priorità

E così via. Oltre due milioni e mezzo di studenti delle scuole superiori si stanno chiedendo se davvero era necessario, così presto, ripiombare nella didattica a distanza, integrale o quasi. Perché diciamocelo: la percentuale del 25% di attività in presenza è una foglia di fico. Una porzione così limitata non serve a salvare la didattica. Inoltre, in molte regioni siamo passati rapidamente al 100% a distanza: in Campania e Puglia sono state chiuse tutte le scuole, dalle elementari in su; in Umbria dalle medie; in altre sette regioni tutte le superiori. E in queste ore vengono adottati nuovi provvedimenti, più restrittivi per tutti.

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