la storia dell’arte femminista diventa una graphic novel

Un assunto è noto. Perché il presente possa vestirsi di un senso reale, è necessario guardarsi alle spalle, ripercorrere il passato e capire la storia. Anche quella dell’arte, di un movimento giovane che, tra gli anni Sessanta e Ottanta, ha saputo declinare in immagini la lotta politica e le rivendicazioni sociali. «Assorbenti, vagina, sangue», gridava allora Judy Chicago, determinata a spogliare la normalità delle parole dalla violenza che la repressione moralista ha cucito loro addosso.

In una società dominata dagli uomini, parlare di mestruazioni creava imbarazzo. Era un tabù, e benché in parte ancora lo sia Judy Chicago ha provato ad estirparlo. Ha nominato gli assorbenti, rappresentato nelle sue opere il sangue. E della sua carica innovativa, della scelta politica di rimpiazzare con il nome di una città il proprio cognome, manifestazione di un’appartenenza quasi schiavistica al patriarcato, racconta FeministArt, graphic novel che, edita da Centauria, arriva in libreria il 16 settembre.

FeministArt (Centauria, 2020, pp. 136, euro 19,90), con i testi di Valentina Grande e le illustrazioni di Eva Rossetti, ripercorre la storia dell’arte, così come l’hanno scritta le prime femministe. Judy Chicago, Faith Ringgold, Ana Mendieta e le Guerrilla Girls, versione ante-litteram delle Pussy Riot impegnate nell’affermazione della diversità come fonte democratica di ricchezza. Ne rilegge le opere, FeministArt, ne ricorda i manifesti e l’impegno, cercando di mettere in luce quanto l’attività di queste prime pioniere abbia influenzato la produzione artistica di icone moderne, di Yoko Ono e Marina Abramović.

Sono immagini che parlano, stralci di un passato che non ha smesso mai di conservare una propria attualità. E sono testi semplici, nei quali non c’è alcuna avvisaglia dell’uso strumentale che, talvolta, macchia parole come «femminista». FeministArt ha un che di storico, di puro. E leggerlo è un antidoto alla banalità del moderno.

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