«Ogni volta che guarderete Willy, prendete esempio dalle sue mani»

Chi è l’artista? L’artista è colui che sa cogliere la preziosità in certi dettagli, la profondità nei particolari, la luce spesso impercettibile nelle piccole cose. L’artista è colui che sa portare poi tutto ciò sotto i riflettori del mondo. Ozmo è uno di questi. Nella tragica vicenda che ha visto per protagonista il giovane Willy Monteiro Duarte, il celebre artista e street artist di Pontedera ha saputo cogliere ciò che di assoluto rimane oggi impresso negli occhi, nei cuori, nella memoria collettiva di tutti gli italiani. E ne ha tratto un’opera artistica dalla fortissima valenza simbolica: il murale realizzato a Paliano, nella citta dove il giovane è nato, e che Vanity Fair ha voluto per la copertina del suo nuovo numero. Un’opera che è il frutto di tre giorni ininterrotti di lavoro, dell’impegno di uno staff di 20 persone, soprattutto, del grande desiderio di Ozmo di poter lasciare un segno tangibile in questa drammatica vicenda, un messaggio indelebile alla comunità. Ecco cosa ci ha raccontato della sua esperienza a Paliano.

«Sono arrivato in Italia viaggiando di notte, senza dormire, pensando solo a buttar giù il bozzetto dell’opera che avrei realizzato», racconta Ozmo da Parigi, dove lo raggiungiamo telefonicamente. «Ma il primissimo desiderio è stato quello di incontrare la famiglia di Willy, perché per me era necessario avere l’approvazione dei suoi genitori, degli amici, del sindaco di Paliano, mi premeva che tutti loro fossero d’accordo sulla realizzazione di quest’opera in quel luogo, su quel preciso muro… Sapevo che non sarebbe stato semplice avanzare questa richiesta anche perché era il giorno stesso del funerale. Ma nonostante ciò, questo desiderio si è realizzato: ho incontrato i familiari di Willy, la sorella, gli zii, i cugini, anche la comunità capoverdiana che era presente in paese in questi giorni. L’incontro più commovente è stato quello con la zia di Willy, che l’ha cresciuto e che a lui era legatissima. Ci siamo guardati negli occhi, mi ha stretto le mani in silenzio…. Mi ha colpito moltissimo la compostezza nel dolore, la dignità di questa famiglia e di tutto il popolo capoverdiano, in generale, che ho avuto modo di conoscere in passato, in occasione di un viaggio nella loro terra».

In un momento così triste, questa dignità risalta moltissimo…
«La cosa degna di nota è che non soltanto questa famiglia ha deciso di devolvere in beneficenza tutte le donazioni ricevute per il funerale, ma soprattutto non ha mai ceduto all’aggressività e all’odio.
Sanno che non ha senso indignarsi, che – sebbene vi sia molta frustrazione in giro per quanto accaduto – reagire con l’aggressività significherebbe fare esattamente la stessa cosa. Rispondere alla violenza con la violenza, con l’odio all’odio non è la soluzione giusta. È questo che dovrebbe far riflettere».

Il murale realizzato riproduce il volto di Willy in quella che in Italia è diventata anche un’immagine simbolo. Che interpretazione hai voluto darne?
«Mi aveva colpito tanto perché in questa foto ormai celebre Willy si sistema il colletto. Nell’immagine originale si intravvedono le mani e a prima vista possono sembrare quasi dei pugni, come quando nella boxe si assume la posizione di difesa. Invece lui le sta portando al colletto, per sistemarlo. In quella foto, Willy usa le sue mani per migliorare se stesso. Sono dettagli, ma da qui sono partito per elaborare il mio ritratto. Ho aumentato la luce dentro il viso, per renderlo ancora più vivido e saturato al massimo lo sfondo giallo, per proiettarlo verso il divino».

Gli amici di Willy hanno seguito le fasi della realizzazione del murale, cosa vi siete detti?
«Li ho visti sabato sera, sono venuti a salutarmi e poi mi hanno fatto una richiesta specifica. Volevano che inserissi nel murale una piccola W dentro un cerchio. Capivo che la W stava per Willy, ma il cerchio? Non si tratterà mica di un’aureola, ho pensato? E in effetti, quando ho chiesto spiegazioni, era proprio quell’immagine angelica che io e gli amici di Willy avevamo in mente!».

Cosa desideri o ti aspetti che la gente pensi ogni volta che guarderà il tuo murale?
«I lavori artistici vivono di vita propria. Per il loro creatore sono come dei figli che ad un certo punto prendono la loro strada. Non per nulla, le opere che considero più riuscite sono quelle che ancora oggi suscitano dei sentimenti che io non avevo neanche considerato. Sono le migliori perché trascendono la consapevolezza dell’autore. Ogni opera – questa inclusa – funziona come uno specchio: riflette ciò che l’osservatore ha dentro sé. E Willy saprà pertanto suscitare ogni tipo di emozione».

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