Bielorussia, Maria Kolesnikova fermata al confine con l’Ucraina

La rivoluzione è donna e in Bielorussia ha il volto di Maria Kolesnikova, la dissidente trentottenne che pur di resistere all’espulsione forzata dal proprio Paese ha strappato il suo passaporto e si è fatta arrestare.

Prelevata lunedì da uomini incappucciati nel centro di Minsk, ieri mattina era stata accompagnata al confine ucraino insieme ad altri due membri del Consiglio di coordinamento creato dall’opposizione per cercare il dialogo con il contestato presidente Aleksandr Lukashenko.

Nel tentativo di porre fine a un mese di proteste, già altri oppositori erano stati costretti a esiliare, a partire da Svetlana Tikhanovskaja, la candidata dell’opposizione alle presidenziali del 9 agosto che la maggioranza della popolazione bielorussa considera la legittima vincitrice del voto.

Ma mentre Ivan Kravtsov e Anton Rodenkov hanno attraversato la frontiera e sono ora a Kiev, Kolesnikova ha gridato che “Non andava da nessuna parte”, ha strappato il suo passaporto, è scappata dal finestrino dell’auto su cui era stata costretta a salire, si è diretta verso il confine bielorusso dove è stata arrestata e portata alla stazione di frontiera di Mozyr, regione di Gomel.

Kolesnikova non è che l’ultimo membro del Consiglio di coordinamento dell’opposizione preso di mira dalle autorità. L’ex ambasciatore e ministro Pavel Latushko la scorsa settimana era volato in Polonia e ieri ha confessato di essere stato messo davanti a un ultimatum: o lasci il Paese o ti processiamo. Il leader dello sciopero nella fabbrica dei trattori Serghej Dylevskij è ancora in carcere. Olga Kovalkova, che era stata arrestata insieme a Dylevskij, nel fine settimana è stata “accompagnata” dalla prigione al confine polacco. Mentre la Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievich è sotto inchiesta come tutti i membri. E oggi si sono perse le tracce anche di Antonina Konovalova. Di fatto solo due membri del Presidium del Consiglio sono ancora in Bielorussia e ancora liberi: l’avvocato Maksim Znak e la Nobel Svetlana Aleksievich, entrambi sotto inchiesta.

Insieme a Veronika Tsepkalo, moglie di Valerij, costretto all’esilio, Kolesnikova in rappresentanza di Viktor Babariko, in carcere, aveva sostenuto la candidatura di Svetlana Tikhanovskaja, moglie del blogger Serghej detenuto e unica esponente dell’opposizione ammessa a sfidare il presidente Aleksandr Lukashenko alle presidenziali del 9 agosto.

Di questo “triumvirato” femminile che aveva infiammato le piazze in campagna elettorale, Kolesnikova era l’unica a non aver lasciato il Paese. Tsepkalo ha raggiunto il marito in esilio alla vigilia del voto, mentre Svetlana Tikhanovskaja si è rifugiata in Lituania dopo essere stata trattenuta per ore dalle forze di sicurezza all’indomani delle presidenziali.

A ricostruire che cosa fosse accaduto a Kolesnikova sono stati il viceministero degli Interni ucraino Anton Gerashchenko prima (“Non è stato un viaggio volontario. È stato un allontanamento forzato dal loro Paese natale”) e Rodenkov poi. In mattinata le autorità di frontiera bielorusse avevano invece raccontato di una pittoresca fuga dei tre oppositori in auto verso il confine, una guardia investita e la Kolesnikova spinta fuori dal veicolo dai suoi compagni.

Racconto che nessuno a Minsk considera verosimile, ma suffragato da Aleksandr Lukashenko. Nella sua prima intervista post-voto con quattro testate russe, tra cui Rt, ex Russia Today, ha detto che Kolesnikova “voleva scappare dalla sorella”. Poi ha ammesso: “Forse sono stato un po’ troppo al potere”. Per poi correggere: “Sono l’unico a poter difendere il Paese. Se la Bielorussia cade, la prossima sarà la Russia”.

Nessun dialogo con Tikhanovskaja, ha aggiunto. E ribadito la disponibilità semmai a una riforma costituzionale che non escluda nuove elezioni, un mero tentativo di guadagnare tempo secondo l’opposizione.

Parlando all’Assemblea generale del Consiglio d’Europa, Tikhanovskaja ha invocato sanzioni contro Lukashenko “disperatamente attaccato al potere” e chiesto il rilascio dei detenuti politici. E mentre il Cremlino ha detto di aspettare “informazioni più dettagliate” su Kolesnikova, l’Unione europea si appresta a stilare entro il 21 settembre la lista di bielorussi da sanzionare per i brogli elettorali e la repressione delle proteste. Secondo indiscrezioni, il nome di Lukashenko non ci sarà perché i Paesi Ue, a partire dall’Italia, vogliono tenere una porta aperta per il dialogo e la ricerca di una soluzione diplomatica che affligge la Bielorussia da un mese. Ieri davanti all’arresto di Kolesnikova, sia Unione Europea che Stati Uniti e Farnesina si sono dette “profondamente preoccupate”. Una formula che però ai bielorussi non basta più.

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