Un Tour de France in mano slovene aspetta l’esito dei tamponi per il coronavirus

Un Tour “sloveno”

La prima notazione è questa. È una Grande Boucle finora dominata da una nazione – la Slovenia – che a malapena fa due milioni di persone. Due le figure che svettano: la nuova maglia gialla Primos Roglic, 31 anni, capitano della Jumbo Visma e il golden boy emergente, Tadej Pogacar, 21 anni, capitano del team degli Emirati e vincitore dell’ultima tappa dei Pirenei a Larnus.Un successo, quello di Pogacar, che lo inserisce in una dimensione nuova: quella del campione del presente. Prima lo sloveno era solo una bella scommessa per il futuro, un talento da sgrezzare. Ora bisogna ricollocarlo: il ragazzo è diventato un uomo da Tour. E lo si è visto proprio nella tappa in cui il suo luogotenente apparentemente più dotato – il nostro Fabio Abu – è miseramente fuggito dalla corsa facendosi portare in albergo dalla macchina “scopa” dell’organizzazione. Di questo amaro forfait, parliamo più avanti. Ma di certo questo addio non ha per nulla demoralizzato lo sloveno che già nella tappa di sabato si era ripreso 40” persi per colpa dei “ventagli” (traduzione per i non addetti: colpi di vento che spezzano a sorpresa il gruppo in tappe non ritenute significative).

Ma intanto, mentre Pogacar cresce (in classifica è settimo a 44”), Roglic si impadronisce del Tour vestendo la maglia da leader. Il corridore più atteso, l’ex saltatore di sci, secondo al traguardo di Laruns, è stato finora un dominatore senza sbavature. Alla guida di una formazione molto agguerrita, con un luogotenente mattatore come il belga Van Aert (vincitore di 2 tappe), Roglic è arrivato al Tour con l’aura del predestinato e una condizione quasi perfetta che gli ha permesso di controllare la corsa a sua piacimento e di scalzare (grazie anche alle secche accelerazioni di Pogacar) Adam Yates, maglia gialla per 4 giorni fino a Larnus. «Per me è bello essere in testa alla classifica non capita tutti i giorni», commenta Roglic ben consapevole che la strada per Parigi è ancora lunga. I Pirenei sono alle spalle ma tante altre salite lo aspettano.

Bernal in forte crescita

Il suo vero avversario (sempre che Pogacar non si insinui tra i due favoriti) è l’ultimo vincitore del Tour, il colombiano Egan Bernal, lievemente sottotono in questa prima settimana ma comunque secondo in classifica a soli 21” da Roglic. Bernal, capitano della Ineos, il super team britannico che lo ha preferito a Froome, è comunque in forte crescita. Anche lui nell’arrivo di Larnus si è fatto trovare puntale piazzandosi al quarto posto. Ma al di là del piazzamento il colombiano ha dato chiari segni di risveglio nei momenti caldi della tappa. Inoltre Bernal, più scalatore di Roglic, darà battaglia soprattutto nelle tappe più impegnative, compresa la cronoscalata a La Planche des Belles Filles che precede l’arrivo a Parigi. Chi è più forte tra i due? Difficile dirlo, le variabili sono tante, a prescindere dalle minacce del virus. Dipenderà dalla forza delle squadre e anche da singoli episodi che possono far saltare il banco. Di sicuro sarà un bel duello perchè finora sono stati gli abbuoni a scavare quei 21 secondi di differenza. Quindi si corre sul filo, un filo che può essere ulteriormente aggrovigliato dall’incombente figura di Pogacar, nel cui radar c’è di sicuro un posto sul podio.

Il declino di Aru

Parlare di Pogacar porta inevitabilmente al suo rovescio, cioè al declinante Fabio Abu, mestamente ritirato dopo la prima settimana. Un brutto forfait, fortemente criticato da Beppe Saronni, consulente esterno del team degli Emirati («Fabio non regge alle prime difficoltà e crolla. Colpa di chi l’ha portato al Tour. Qualcosa non andava ma nessuno è stato in grado di capirlo…»). Parole al vetriolo, quasi un licenziamento in diretta per un corridore (da tre milioni all’anno) vincitore della Vuelta 2015, ex maglia rosa ed ex maglia gialla al Tour. Tanti “ex “che pesano come montagne. Un passato da campione in un presente declinante a soli 30 anni. L’interessato dice che ha fatto tutto il possibile per farsi trovare preparato e che non sa darsi una spiegazione. Ormai però sono tre anni che galleggia nel vuoto, sfibrato da responsabilità che fatica a sopportare. Non sarà facile venirne fuori.

Per Nibali ultime carte da giocare

La crisi di Aru, indicato anni fa come il nuovo Nibali, ci porta a fare amare considerazioni sul nostro futuro, almeno per quanto riguarda le corse a tappe. Nibali, impegnato in questa settimana alla Tirreno Adriatico (prima tappa di Lido di Camaiore vinta dal velocista tedesco Pascal Ackermann), giocherà in questi due mesi le sue ultime carte da protagonista. Due gli appuntamenti: il Mondiale di Imola (27 settembre) e la partenza del Giro d’Italia (3-25 ottobre). Due banchi di prova importanti per il siciliano, penalizzato dal forfait di Giulio Ciccone, suo compagno della Treck Segafredo colpito dal virus. Se il Giro è ancora lontano, sul Mondiale (assegnato all’Italia dopo la rinuncia della Svizzera) si possono cominciare a fare delle previsioni. Di sicuro è un mondiale adatto ai suoi mezzi con un percorso molto impegnativo e denso di salite. L’Italia di Cassani correrà per lui. Ma un mondiale è sempre un punto di domanda dove tutto può succedere. Per il Giro si vedrà. Di certo per Nibali è una delle ultime occasioni per fare tris.

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