Che cos’è il novichok e come agisce sull’organismo

Il termine novichok definisce una classe di potenti neurotossine sviluppate in Unione Sovietica e in Russia negli anni ’80 e ’90, che possono essere somministrate in varie forme (liquida, polvere, aerosol) e che una volta inalate o entrate a contatto con la pelle possono portare alla morte in pochi minuti. Fanno parte di una classe di composti chiamati inibitori della colinesterasi che interferiscono con l’attività dei neurotrasmettitori, sostanze indispensabili per la regolazione del sistema nervoso. Le vittime del novichok muoiono per asfissia e arresto cardiaco: il veleno causa spasmi muscolari che possono bloccare il battito del cuore e la respirazione, oltre ad arrecare danni vari a organi e tessuti.

 

Morire come mosche. Il novichok rientra nella famiglia di armi chimiche degli agenti nervini, nebulizzati per l’impiego in alcune guerre passate e pertanto conosciuti anche come gas nervini. I primi agenti nervini furono realizzati per caso in Germania negli anni Trenta del Novecento, nel corso di ricerche per produrre insetticidi sintetici più economici della nicotina.

 

Il chimico tedesco Gerhard Schrader mise a punto due sostanze a base di fosforo che anche in soluzioni molto diluite uccidevano il 100% dei pidocchi delle piante. Ma le stesse sostanze, che sarebbero in seguito state conosciute come tabun e sarin, risultavano estremamente tossiche anche per l’uomo, tanto da non poter essere impiegate in agricoltura. Gli scienziati della Germania nazista intravidero il loro potenziale come armi e misero a punto stabilimenti per produrne in quantità industriali, fortunatamente senza riuscire a sfruttare gli agenti prodotti prima del collasso del Terzo Reich, quando gli alleati entrarono a conoscenza dei veleni.

Le quattro principali famiglie di armi chimiche usate in guerra

L’incidente di Dugway. Sempre la ricerca sui pesticidi portò anche alla produzione accidentale di un altro agente nervino conosciuto come VX. Questa volta la scoperta avvenne nel Regno Unito, negli stabilimenti dell’Imperial Chemical Industries (ICI) nel 1952. Anche questo composto si rivelò troppo tossico da usare in agricoltura e la sua formulazione fu passata prima a un centro britannico di ricerca sulle armi chimiche e poi al governo degli Stati Uniti, quando il Regno Unito rinunciò al possesso di questo tipo di arsenale. L’opinione pubblica venne a conoscenza dell’esistenza del VX solo il 13 marzo 1968, quando nel corso di un’esercitazione presso una base militare americana, il Dugway Proving Ground, un velivolo militare disperse VX nebulizzato, che provocò la morte di 6.000 pecore cha pascolavano a 43 km di distanza.

La nanopompa che mangia gli agenti nervini

Una nuova classe di composti. Del novichok (“nuovo arrivato”, in russo) si cominciò a parlare in Occidente al principio degli anni ’90, dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica: uno scienziato che aveva partecipato alla sua produzione nel 1987 – riportando danni permanenti a muscoli e organi – raccontò l’episodio ai giornali prima di morire. In realtà sarebbe più corretto parlare di agenti nervini del tipo novichoks (al plurale) perché queste sostanze sono state prodotte in più versioni, usate non si sa bene in quali e quante occasioni: la morte per avvelenamento da novichok somiglia spesso a quella per infarto. I casi di avvelenamento da agenti nervini possono essere trattati con gli antidoti atropina e ossima, ma anche così possono lasciare danni permanenti.

 

A differenza di altri agenti nervini, i novichoks possono essere suddivisi in composti più stabili e meno pericolosi che diventano letali solo se mescolati: questo ne consente il trasporto con maggiore sicurezza. Nel marzo del 2018 una sostanza di tipo novichok fu usata nel mancato tentativo di uccidere l’ex spia russa Sergei Skripal, residente nel Regno Unito. Il dissidente russo Alexei Navalny potrebbe essere stato avvelenato attraverso una tazza di tè contaminata: la quantità di veleno, la sua capacità di dissoluzione nel mezzo utilizzato e le circostanze successive (per esempio l’aver vomitato) potrebbero aver contribuito alla sua sopravvivenza, sebbene al momento in cui scriviamo l’uomo sia ancora in condizioni critiche.

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