L’uomo è così abile perché ha una lunga infanzia

Le complesse abilità manuali tipiche dell’uomo si trovano all’estremità di una serie cumulativa e progressiva di passaggi intermedi condivisa in parte dagli altri primati: le capacità di manipolazione in cui la nostra specie si distingue (come l’uso indipendente delle mani e delle dita, o la possibilità di maneggiare più di uno strumento per volta) sono possibili grazie all’infanzia prolungata che ci contraddistingue – in altre parole, al tempo che ci diamo per sviluppare un cervello extralarge. È la conclusione di uno studio pubblicato su Science Advances, che ha trovato che tutte le specie di primati sviluppano le abilità manuali nello stesso ordine, e secondo un livello di complessità crescente.

 

Un passo per volta. Le conoscenze tecnologiche che hanno permesso a varie specie del genere Homo di affermarsi nel corso dell’evoluzione si basano su capacità manuali avanzate, come l’utilizzo dei tool – strumenti presenti nell’ambiente o fabbricati che vengono usati per alterare la forma o la posizione di altri oggetti e che servono ad esempio per cacciare, raccogliere l’acqua, processare il cibo . Secondo lo studio, le abilità manuali necessarie a ricavare e utilizzare i tool arrivano dopo una serie di traguardi intermedi dai quali bisogna passare per forza. L’evoluzione delle raffinate capacità di manipolazione umane non sarebbe quindi potuta accadere in altre specie di primati, semplicemente perché queste si sviluppano troppo rapidamente per poterle acquisire.

 

Si tratta di un modello interpretativo diverso da quello detto dell’evoluzione modulare, secondo il quale vari tratti possono evolvere secondo tempi e modalità parzialmente indipendenti tra loro: la tecnologia più sofisticata può evolvere, si dice qui, solo se si è avuto tempo a sufficienza per dedicarsi a ciascuno dei passaggi intermedi precedenti.

Il cervello affamato di energia dei bambini rende l’infanzia più lunga

Strada obbligata? Gli scienziati dell’Università di Zurigo sono arrivati a questa conclusione dopo sette anni di studi delle capacità di manipolazione di 128 primati di 36 diverse specie, seguiti in cattività dalla nascita all’età adulta. Tutti gli animali hanno sviluppato abilità manuali seguendo la stessa identica traiettoria (tranne due specie di gibbone che investono l’agilità delle loro lunghe zampe ad uncino nella capacità di agganciarsi ai rami e ciondolare, a scapito di tutto il resto). I ricercatori hanno disposto i vari passaggi intermedi in ordine di complessità – saper usare gli arti anteriori, le mani (insieme e poi separatamente), le dita, un tool, poi più di uno… i primati con il cervello più grande come scimpanzé, macachi e gorilla arrivano più avanti in questa scala e sviluppano doti manuali più raffinate rispetto a scimmie con il cervello più piccolo, come lemuri e bertucce.

Perché l’intelligenza delle scimmie è sottovalutata

A ogni cosa il suo tempo. Per una buona mano ci vuole un grande cervello, quindi, ma c’è un prezzo da pagare: gli animali col cervello più grande hanno bisogno di investire più tempo nell’apprendimento di ciascuno di questi passaggi intermedi. E qui, secondo i ricercatori, si intuisce l’utilità dell’infanzia così prolungata che caratterizza la nostra specie: un investimento che permette di raggiungere, tra le altre cose, fini abilità manuali, indispensabili per sopravvivere e cacciare al suolo e non più sugli alberi.

 

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