Tour de France al via: la sfida è correre più veloci del virus

ciclismo

Ai nastri di partenza in un clima surreale la maggiore competizione a tappe al mondo. Perché si gareggia lo stesso? Questione di soldi

di Dario Ceccarelli

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Ai nastri di partenza in un clima surreale la maggiore competizione a tappe al mondo. Perché si gareggia lo stesso? Questione di soldi

4′ di lettura

Con le unghie e coi denti, assediato dalla nuova offensiva del virus e dalla tante incertezze di una edizione mai così inedita imprevedibile, il Tour de France non si arrende e alla fine ci prova: questo sabato 29 agosto prende infatti il via (le Grand Depart) da Nizza per concludersi dopo 21 tappe domenica 20 settembre sui Campi Elisi a Parigi. Non è un buon momento: inutile fingere che vada tutto bene. Nizza è nel dipartimento delle Alpi Marittime, zona dichiarata rossa dal prefetto Bernard Gonzaleg per il precipitare della situazione sanitaria. Non c’è allegria, c’è invece tensione.

Negozi in giallo, ma niente clima di festa

Nonostante gli sbandierati festeggiamenti di rito, i tram e i negozi dipinti di giallo, le passeggiate sulla Promenade, Nizza è una città blindata dove il pubblico rigorosamente in mascherina non potrà accedere alla zona di partenza e di arrivo. Quanto a Parigi, sempre più preoccupata del moltiplicarsi dei contagi (In Francia superata la quota giornaliera dei settemila casi) ha altro cui pensare che alla Grande Boucle. Mai così lontana anche geograficamente, Parigi resta però una dei pochi punti fermi di questa edizione (la 107esima) che non ha precedenti neppure dal punto di vista del calendario, spostato in avanti di quasi due mesi, verso l’autunno, cioè in un periodo più fresco rispetto ai caldi torridi di luglio. Se questo avrà una sua incidenza, lo si vedrà strada facendo. Ma questi sono dettagli perchè altre sono le questioni aperte a partire dalla nuova ordinanza del prefetto che, sempre per sicurezza, ha chiuso al pubblico le salite delle prime due tappe.

Tappe in salita senza pubblico

Niente assembramenti. «State a casa, guardatevelo in tv», dicono le autorità preoccupate per l’invasione di una carovana che conta circa 3mila persone. Tremila persone, corridori compresi, che attraverseranno la Francia chiusi in un una bolla che riduca al minimo le distanze con il resto del mondo. Un paradosso che si scontra con un presupposto imprescindibile: il ciclismo è sport di strada, una festa mobile difficile da ingabbiare in divieti e ordinanze. Si parte appesi a un filo sottilissimo, ben sapendo che le certezze sono poche. Un po’ come la scuola italiana: si naviga a vista sotto la spada di Damocle dei protocolli anti pandemia. In partenza sarebbero dovuti bastare due positivi all’interno di una squadra (staff compreso) per far scattare l’espulsione di tutto il team. Ma le squadre sono riuscite a circoscrivere la norma solo ai corridori. Nel caso invece siano membri dello staff, come è accaduto con i due meccanici della Lotto, l’espulsione toccherà solo gli interessati. Comunque, ne vedremo delle belle, perché, andando avanti, tutto può succedere in un clima di sospetti che forse farà rimpiangere le più «tradizionali» polemiche sul doping. Però, e questo va sottolineato, il Tour non molla. Ha accettato la sfida. Sono slittate le Olimpiadi e gli Europei di calcio , ma la Grande Boucle, ultimo dei grandi monumenti dello sport , vuole timbrare il cartellino anche quest’anno. Non solo per una questione di «grandeur», o di arroganza (c’è anche quella, beninteso) ma anche di interessi economici.

La questione economica

Senza il Tour, con il terremoto che c’è stato, (solo tre mesi di attività), tutto andrebbe a rotoli. Sponsor, aziende, squadre e corridori senza la visibilità del Tour uscirebbero a pezzi. Questo è il fattore dirimente. Quando ci si domanda come mai la corsa francese ha condizionato quasi a suo piacimento tutto il calendario, il motivo è presto detto: «Money it’s a gas», cantano i Pink Floyd. Buona parte del ciclismo professionistico passa dal Tour. Un flop del Tour sarebbe la certificazione di un crollo che porterebbe a conseguenze devastanti. Sia per i corridori meno garantiti, sia per tutta la filiera a due ruote. Per questo gli altri due Grandi Giri, quello d’Italia e la Vuelta di Spagna, si sono adeguate al moloch francese. Prima i giganti, poi gli altri. Può non piacere, ma questa è la realtà. E gridare allo scandalo serve a nulla. Il Tour non si spezza, ma un po’ si piega. Nel percorso, ad esempio.

Un percorso che insiste sul Sud

I 3484 chilometri della corsa sono concentrati soprattutto nella parte meridionale della Francia. Come se in Italia si corresse da Roma in giù, con un salto finale a Milano. Ma non mancheranno le salite, tutte molto impegnative, ma senza quei tapponi infiniti che di solito a luglio cuociono corridori e «suiveurs». Anche l’unica cronometro, prima dell’arrivo a Parigi, sarà in salita. Una cronoscalata che porta a La Planche des Belles Filles. Un Tour che concede poco ai velocisti, ma che offrirà un ai big e agli scalatori un palcoscenico ideale. Fare pronostici, con così tante variabile, non è facile. Al momento gli scommettitori danno favorito Primoz Roglic, il leader della Jumbo sostenuto da Tom Dumoulin, dal belga Van Aert (primo alle Strade Bianche e alla Milano-Sanremo) e da G. Bennet, secondo al Lombardia e primo al Gran Piemonte. Uno squadrone di tutto rispetto che incrocerà i pedali con il Dream Team Ineos guidato dal colombiano Egan Bernal (ultima maglia gialla) e dall’equadoregno Richard Carapaz, vincitore del Giro d’Italia 2019. Vedremo come andrà. Roglic arriva un po’ acciaccato dal Delfinato. Nella Ineos, che al Tour si chiama Grenadier come l’automobile del gruppo che sponsorizza la squadra, sono stati sacrificati i vecchi mostri sacri come Chris Froome (4 Tour vinti) e Thomas. Allontanato come un vecchio capo branco, Froome andrà alla Vuelta in nome di un rinnovamento che suona come rottamazione.

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