Reggio Calabria, trasferimenti, whisky e prelibatezze: ecco i favori della direttrice del carcere ai boss

“Il problema non è la ‘ndrangheta da noi, che ‘ndrangheta non è… Se parlo la stessa lingua con tutti, non mi fa niente. A me (i problemi) li danno gli zingari, non la ‘ndrangheta”. Parola di Maria Carmela Longo, per 19 anni onnipotente direttrice del carcere di Reggio Calabria e fino a qualche giorno fa alla guida della sezione femminile di Rebibbia, da ieri ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa. Motivo? Aver di fatto delegato la gestione dell’istituto penitenziario di Reggio Calabria a boss e luogotenenti dei clan che lì erano detenuti.  Anzi, specificano i pentiti e confermano le indagini della procura di Reggio Calabria, l’amministrazione era affidata ai “riggitani”, gli uomini dei clan della città calabrese dello Stretto.  

Il patto non scritto fra i detenuti di ‘Ndrangheta e la direttrice del carcere 
“I detenuti reggini – spiega il pentito Francesco Trunfio, che dietro le sbarre a Reggio c’è stato e anche per parecchio tempo – hanno contatti con l’amministrazione del carcere e condividono con loro le regole di gestione di cui sto parlando. È un fatto notorio tra detenuti, tutti lo sappiamo”.  Veri e propri padroni del carcere di san Pietro, in grado di riservarsi in via esclusiva un’intera sezione dell’istituto, erano gli ‘ndranghetisti reggini – è emerso dall’indagine dei pm Stefano Musolino e Sabrina Fornaro, coordinati dal procuratore capo Giovanni Bombardieri – a decidere dove dovessero essere collocati i detenuti, loro a disporre che parenti e affiliati condividessero la medesima cella, loro a stabilire chi potesse fare domanda per lavorare”.   

E c’erano anche delle prassi ormai consolidate di distribuzione degli incarichi. “In cucina lavorano i reggini, è il lavoro dove si guadagna di più. Poi danno dei posti residuali ad uno della Piana e ad uno della Ionica”. Anche in carcere la ‘Ndrangheta si dimostra unitaria e con il beneplacito dell’amministrazione, capace di replicare dietro le sbarre meccanismi e logiche che diventano legge fuori. “I detenuti reggini e le loro famiglie ottengono quello che vogliono dalle istituzioni che comandano nel carcere – dice quasi con disincanto il pentito Trunfio – È un patto non scritto”. Ma che vale come legge.  

Whisky, dolci, profumi e salmone per i boss 
Garantisce a boss e gregari una permanenza comoda dietro le sbarre e pochi problemi alla direzione del carcere. “Ci facevano entrare il salmone, portava per esempio il Creed (profumo), le cremine. Del whisky mi è entrato in cella, voglio dire, dei dolci mi sono entrati, la cioccolata quella spessa là… quella bianca, nera, voglio dire fondente, perché io facevo sport , delle medicine” racconta il boss pentito Stefano Liuzzo. A distribuirle ci pensavano gli agenti della penitenziaria – “veniva con il sacco nero e mi portava le cose” racconta il collaboratore – oppure i detenuti autorizzati a lavorare in carcere. Tutti selezionati in base alle indicazioni dei clan, tutti arruolati per raccogliere e trasmettere informazioni, portare messaggi, riferire notizie , recapitare regali. Negli anni in cui a governarlo era la Longo “Reggio non era un carcere come gli altri”, concordano i pentiti. Non era “Vibo, che è un carcere duro perché non si può fare nulla e si rispettano le regole”. 

Per questo in riva allo Stretto puntavano ad essere trasferiti tutti. E Longo cercava di accontentarli. Del resto, con i familiari di boss e gregari dei clan di rango aveva un rapporto diretto. Messaggi, chiamate, incontri. Senza timore, né pudore l’ex direttrice del carcere ascoltava  tutti e tutti provava ad assecondare. Aiuta Ivana Murina, parente di più e meno noti uomini di ‘Ndrangheta, che per il compagno, condannato per violenza sessuale su minorenne, chiede prima il trasferimento a Reggio, poi la detenzione domiciliare. Distribuisce encomi a detenuti altrove sanzionati per il pessimo comportamento, pur di farli accedere alla semilibertà o alla detenzione domiciliare. Finge di non vedere i finti referti medici che hanno permesso ai coniugi-boss Pina Franco e Carmelo Murina, secondo le carte in fin di vita in ospedale, di incontrarsi più e più volte. “È resuscitato” si limita a commentare ridendo con l’agente della penitenziaria che le dice di aver visto l’uomo vivo, vegeto, lucido e in forma. Ai suoi uomini poi, più volte Longo ordina di non far troppo caso a parenti, amici e conoscenti che, in occasione di non sempre necessarie visite mediche, si avvicinavano ai detenuti per chiacchiere non consentite.  

Boss, gregari e lo stratega della ‘Ndrangheta, ecco i “favoriti” della Longo 
Per alcuni detenuti però l’ex direttrice Longo si spendeva più che per altri. Soggetti pericolosi, ranghi alti nella gerarchia dei clan, per questo spediti in carceri lontane dalla Calabria, dove erano autorizzati a tornare solo ed esclusivamente per presenziare ai processi. E che lei faceva di tutto per trattenere.  

È successo anche con l’avvocato ed ex parlamentare del Psdi Paolo Romeo, eminenza grigia e stratega della ‘Ndrangheta di Reggio Calabria, già condannato definitivamente per concorso esterno e oggi imputato come elemento di vertice della direzione strategica dei clan. Insomma, un capo vero, in grado di creare politici in vitro e aggiustare processi, di scrivere leggi che arrivano fino in Parlamento e confezionare appalti, anche grazie a contatti e legami maturati nel mondo massonico. Un burattinaio, per i pentiti legato a Gladio e ai servizi, che per decenni ha definito e dettato strategie senza sporcarsi le mani, piegando al proprio volere la politica, l’economia, le istituzioni persino la società civile di Reggio Calabria.

Per questo, a quasi vent’anni dalla condanna per concorso esterno, nel 2016 è stato nuovamente arrestato. Per il suo potere e la sua capacità di influenza, era stato spedito a Tolmezzo, carcere di massima sicurezza in provincia di Udine. Ma nel giro di poco, ci ha pensato la Longo ad assicurargli una lunga permanenza a Reggio Calabria. Gli investigatori l’hanno ascoltata per settimane mentre accampava scuse, inventava inesistenti impegni o interrogatori dello stratega dei clan pur di eliminare Romeo dalla lista dei detenuti da ritrasferire nel carcere di provenienza. È arrivata persino a dire chiaramente al suo avvocato come e quando presentare l’istanza che avrebbe giustificato la permanenza di Romeo a Reggio Calabria.  

Non è l’unico uomo di rango dei clan per cui la Longo si sia spesa. Battendo la medesima pista, gli investigatori hanno scoperto che 76 detenuti hanno beneficiato di trattamenti di favore e strappato la possibilità di rimanere nel carcere in cui tutto – colloqui, contatti, lussi, agevolazioni ed encomi – era possibile. Un “modus operandi consolidato” commenta il giudice che ha autorizzato l’arresto della funzionaria, sempre sensibile – emerge dall’inchiesta – alle istanze degli uomini di potere e dei loro familiari. 

Il “regalo d’addio” all’ex governatore 
Anche quando alla sua corte si sono presentati i familiari dell’ex sindaco di Reggio Calabria e governatore di Reggio Calabria, Peppe Scopelliti, non si è tirata indietro. Condannato a 4 anni e 7 mesi per aver coperto un cratere finanziario da centinaia di milioni di euro falsificando il bilancio della città, Scopelliti aveva fretta di uscire di cella, quanto meno per qualche ora al giorno. E Longo si è mostrata assai sensibile alle richieste del fratello del politico, Tino, e del suo storico braccio destro, Giuseppe Agliano. Durante incontri, riunioni, chiacchierate telefoniche ha concordato tutti i passi da fare, ne ha dettato tempi e modi, ha seguito da vicino la pratica. “Sono quelle cose che sto facendo di corsa perché forse sono trasferita” confida al fratello dell’ex governatore, Tino. Ma ci teneva – si legge nelle carte – “a lasciare la città di Reggio Calabria facendo l’ennesimo favore ad un detenuto d’eccellenza”. Per questo, quando il magistrato di sorveglianza autorizza Scopelliti al lavorare all’esterno ma gli nega la possibilità di passare il sabato a casa, è sempre la Longo a farsi carico della questione. E la affronta persino con il detenuto interessato. “Abbiamo chiacchierato un paio d’orette e abbiamo elaborato una strategia” riferisce lei al fratello del politico dietro le sbarre.  

Solo riguardo le istanze che arrivavano dai detenuti di etnia rom, la direttrice si mostrava quasi insofferente. “Ma posso avere una preclusione, una? Scusate, eh! Avrò diritto” dice per liquidare un agente della penitenziaria che le chiede di garantire comunque un lavoro ad un detenuto rom allontanato dalle cucine perché forse affetto da epatite. Per la Longo non è idoneo, ma solo – commenta sarcastico il giudice – “in quanto zingaro. Certo, il vero problema per la donna sono proprio i detenuti di etnia Rom, non certo gli ‘ndranghetisti della sezione Cariddi a cui ha consegnato le chiavi del (carcere) Panzera”. 

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