Il Parlamento non sia assente

ServizioEmergenza coronavirus

di Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani

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2′ di lettura

Le condizioni di emergenza comportano limitazioni ai diritti ma anche deroghe nei rapporti tra gli organi istituzionali. L’esigenza di assumere decisioni rapide sposta gli equilibri verso il Governo, più in grado di intervenire con strumenti quali il decreto legge o, addirittura, con norme secondarie che escludono ogni passaggio parlamentare, come gli ormai celebri DPCM (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri).

Ciò non significa, però, che il Parlamento debba abdicare alle sue funzioni: proprio nelle situazioni più delicate, diviene centrale il ruolo di controllore dei comportamenti dell’Esecutivo, perché non diventino arbitrari. Del resto, il controllo politico-istituzionale è l’unico di qualche forza, poiché quello giudiziario in una situazione di emergenza di solito serve a poco.

Non a caso, la nostra Costituzione esalta il ruolo delle Camere nelle situazioni eccezionali. È il Parlamento che delibera lo stato di guerra, attribuendo al Governo i «poteri necessari» (e non «i pieni poteri»). Nella stessa logica, senza una rapida conversione delle Camere, i decreti legge adottati dal Governo in casi straordinari di necessità e di urgenza perdono efficacia sin dall’inizio. Insomma, la democrazia non è sospesa, nemmeno nei frangenti più terribili.

Così, crea un certo sconcerto il comunicato del Presidente della Camera del 5 marzo, secondo cui l’aula sarà convocata solo il mercoledì, per l’esame di atti indifferibili e urgenti. E lo sconcerto aumenta nel vedere mercoledì scorso le Camere, a ranghi ridotti, approvare in tutta fretta l’autorizzazione alle nuove spese per fronteggiare l’epidemia. Per il resto, la fabbrica delle leggi chiude, per motivi sanitari, come qualsiasi industria non essenziale in questa drammatica contingenza.

Non si vuole certo disconoscere le ragioni di sanità che hanno determinato questa serrata. Crediamo tuttavia che l’istituzione debba funzionare e far sentire la sua voce “sette giorni su sette”, nei modi che garantiscano la massima sicurezza. Davanti all’emergenza, crediamo si debba, non solo si possa, dar vita a un diritto parlamentare dell’emergenza, temporaneo e con regole condivise da tutti i gruppi. Discutere e approvare le leggi “a distanza” sarebbe possibile con l’introduzione in via eccezionale del voto telematico. Le commissioni potrebbero riunirsi in remoto almeno per esaminare i decreti e, con un po’ di fantasia, forme di smart working sono immaginabili per le altre attività delle Camere. Altrettanto significativa potrebbe essere la trasmissione sui media di una seduta parlamentare, sia pure “da remoto”, con un serio dibattito sulle prospettive di breve e lungo periodo del Paese.

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