Nuove convivenze e responsabilità con la fine del lockdown

Giù dal lettino

La Fase 2 per alcuni, spesso i più vulnerabili, si prospetta ancor più difficile e piena di incertezze della clausura forzata

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

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La Fase 2 per alcuni, spesso i più vulnerabili, si prospetta ancor più difficile e piena di incertezze della clausura forzata

3′ di lettura

Siamo nella Fase 2. Ci prepariamo a nuove convivenze. È un passaggio delicato, per alcuni ancora più difficile della quarantena sospesa nel lockdown. Pieni di incertezze, torniamo a incontrare gli altri, spesso guardandoli come un pericolo: mi sta troppo vicino! non ha la mascherina giusta! quei due fanno la spesa insieme! È facile allora sentirsi ancora più vulnerabili.

Sulla vulnerabilità ha scritto pagine utili la filosofa Judith Butler. Nella sua raccolta Precarious Life (pensieri dopo l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001) ha parlato della ferita subita dagli Stati Uniti come mezzo per aprirsi a un nuovo senso di comunità, tra soggetti più consapevoli, più capaci di prendersi cura del prossimo. Presupposti di questa apertura sono proprio il riconoscimento della vulnerabilità e la rinuncia all’onnipotenza, interrogata a partire dalla prospettiva del dolore e della perdita. Saremo capaci, scoprendoci vittime, di comprendere meglio il dolore altrui e assumerci la responsabilità della cura, che è al tempo stesso per noi e per gli altri? L’emergenza pandemica potrà essere un’“occasione” per ripensare le regole della convivenza in nome di una responsabilità globale? Assumere il vulnerabile come paradigma dell’umano, scrive un’altra filosofa, Adriana Cavarero, è una “mossa speculativa” o può radicarsi nella gestione di situazioni concrete? Non si tratta “semplicemente” di (ri)scoprire la nostra relazionalità da una prospettiva individualista, ma di ripensare la dimensione ontologica della relazione. Chi studia l’infant research e chi pratica la psicoterapia lo sa bene.

È anche sulla scorta di queste riflessioni che abbiamo molto apprezzato il documento dell’Associazione Italiana di Psicologia (AIP), la società scientifica nazionale che riunisce gli psicologi e le psicologhe che lavorano nelle Università e negli Enti di ricerca, dal titolo “Aspetti psicologici della Fase 2. Analisi e proposte”.

È un documento articolato, che affianca considerazioni lucide sull’attualità a proposte concrete per le istituzioni, ben definendo il ruolo della psicologia scientifica nella riscrittura della convivenza. Consapevole che “le società con i più ampi divari sociali sono quelle con una maggiore diffusione delle malattie mentali, un più alto numero di reati violenti, minore solidarietà, minore dotazione di fiducia e capitale sociale, minor sostegno alla democrazia e tassi inferiori di partecipazione civica e culturale”, l’AIP sostiene la necessità di puntare su una politica economica e di welfare che consenta di contenere l’allargamento delle sperequazioni sociali e l’impoverimento culturale della nostra società. Compito delle istituzioni, prosegue il documento, è anche quello di ridurre l’incertezza che ha dominato la Fase 1, proponendo scenari futuri possibili, ma anche trasmettendo la fallibilità delle verità scientifiche, che possono essere smentite da nuovi dati, e quindi dare gli strumenti adeguati ai cittadini per tollerare i cambi di rotta dei decreti. La popolazione va aiutata nell’“elaborazione sociale del trauma”, attraverso la costruzione di una memoria collettiva di quanto è successo, facendosi carico dei più vulnerabili: “donne e bambini in situazioni domestiche violente; persone psichicamente fragili… per tutti questi gruppi servono non solo dei provvedimenti di sostegno economico/sociale/terapeutico, ma anche un riconoscimento simbolico”.
Uno dei punti di forza del documento è porre al centro dell’attenzione i bambini e gli adolescenti, spesso trascurati dall’attenzione politica, sostenendo la necessità di ripensare per i più piccoli il contatto e la socializzazione e contrastando l’aumento della dipendenza tecnologica e dei suoi correlati nocivi (cyberbullismo, ritiro sociale, esposizione a materiale non appropriato per l’età) avvenuto durante il lockdown. Viene segnalata la necessità di predisporre nuovi spazi fisici di socializzazione “nei quali tornare a sperimentare la corporeità” man mano che si ridimensiona il sacrificio necessario della quarantena domestica. A sostegno dei vari livelli di azione indicati dal documento viene proposta, in collaborazione con il Ministero della Salute, l’attivazione di un osservatorio sulla salute psicologica e il disagio psichico che, tracciando le linee di valutazione e intervento all’interno del quadro emergente della Fase 2, possa promuovere misure a lungo termine per contenere gli effetti dell’epidemia. Non si tratta solo di aderire, come ha fatto tutta la psicologia italiana, accademica e non, alle iniziative di volontariato nell’emergenza, ma anche di valorizzare la professione psicologica e il suo ruolo nella comunità dopo la crisi.

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