Il Novecento e i suoi figli

Ravenna Festival

Tra i temi a confronto la Rivoluzione d’ottobre, l’orrore del nazismo e dei campi di concentramento

di Antonio Audino

default onloading picIl gruppo Menoventi, capeggiato da Gianni Farina, dedica lo spettacolo

Tra i temi a confronto la Rivoluzione d’ottobre, l’orrore del nazismo e dei campi di concentramento

3′ di lettura

Ripartire con un passo più lento ma con gli occhi ben aperti sulla realtà. Il cartellone teatrale di Ravenna Festival, riformulato per adeguarsi alle nuove norme, sembra volersi soffermare su alcuni momenti cruciali della nostra storia recente, su quei passaggi traumatici del Novecento e del nuovo secolo che hanno reso necessaria una profonda riflessione storica, sociale e culturale, compreso quello che sta accadendo, proprio in questi giorni e sotto i nostri occhi, alla nostra civiltà e a tutti noi.

Il primo di questi momenti di confronto riguarda la Rivoluzione d’ottobre, o meglio il sogno infranto dei giovani artisti entusiasti sostenitori della rivolta, costretti poi a fare i conti con il rigore e la violenza del potere stalinista. Quel colpo di rivoltella che Vladimir Majakovskij si spara al cuore diventa così il tragico suggello della disillusione di quella generazione.

Il gruppo Menoventi

A lui il gruppo Menoventi, capeggiato da Gianni Farina, dedica lo spettacolo Buona permanenza al mondo. Majakovskij BPM riprendendo le ultime parole scritte dal poeta poco prima del suicidio e proponendo una delle tappe di un progetto triennale dedicato all’artista russo ispirato agli scritti della slavista Serena Vitale, con l’idea che quei “compagni del futuro” a cui lui si indirizzava potremmo essere proprio noi.

Il secondo appuntamento del percorso ravennate vuole poi puntare l’indice sull’orrore del nazismo e dei campi di concentramento. È l’occasione per riportare in scena uno dei capitoli, intitolato I sommersi e i salvati, di una più articolata e singolare operazione denominata Se questo è Levi, realizzata da una delle formazioni più originali della ricerca teatrale italiana, Fanny e Alexander. Al centro, appunto, Primo Levi e alcune sue conversazioni televisive. Le parole quindi sono quelle dello scrittore torinese, ed è presente anche la sua voce, ma ad ascoltarla è soltanto l’attore Andrea Argentieri, con un auricolare invisibile, mentre, solo, davanti al pubblico, riprende le risposte di un’intervista di tanto tempo fa, sollecitato dalle domande originali, consegnate agli spettatori, e che gli vengono poste proprio da questi. Scattano così diversi cortocircuiti tra l’interprete che viene attraversato dalla voce di Levi e la trasforma nella sua, e il pubblico coinvolto direttamente nel ragionamento acuto e lucido di quella precisa linea di pensiero, nella quale riemergono le memorie incancellabili di una sopraffazione davvero inumana.

Ancora stragi e sacrifici di esseri innocenti nella più recente tragedia degli sbarchi dei migranti, con la riproposizione di uno spettacolo nato in questo festival esattamente 10 anni fa, Rumore di acque del Teatro delle Albe. Un lavoro creato da Marco Martinelli e Ermanna Montanari a partire da testimonianze vere, ricucite nei resoconti di un cinico generale, interpretato da Alessandro Renda. Ma uno degli aspetti più interessanti dell’elaborazione scenica è il contrappunto sonoro dei fratelli Mancuso, un prezioso rimando di note struggenti, dal sapore arabo e mediterraneo, per testimoniare attraverso quei suoni l’antica civiltà che appartiene alle terre da cui provengono quelle tante vittime.

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