Draghi lancia l’allarme: ‘A rischio il futuro dei giovani. Bisogna dar loro di più’

RIMINI – “Ai giovani bisogna dare di più”: dopo la catastrofe della pandemia bisogna affrontare la fase difficile e disseminata di insidie della ricostruzione, che dovrà essere improntata alla flessibilità, al pragmatismo, ma anche alla trasparenza. E i giovani vanno messi al centro di ogni riflessione per rimettere in moto i loro percorsi formativi: è questo il cuore del discorso che Mario Draghi ha dedicato all’apertura del Meeting di Rimini, proprio nei giorni in cui il governo sprofonda nell’ennesimo caos sulle riaperture delle scuole a settembre.

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Già nelle sue prime Considerazioni finali da governatore della Banca d’Italia, ormai quindici anni fa, Draghi aveva voluto sottolineare il dramma dei quindicenni italiani che rimanevano indietro in matematica rispetto ai loro coetanei europei. L’importanza dell’istruzione è un filo rosso che l’ex presidente della Bce non ha mai abbandonato.

 

Senza mai accennare all’Italia per non farsi trascinare nelle speculazioni, ricorrenti quanto infondate, su un suo fantomatico arrivo a Palazzo Chigi, Draghi ha tracciato anche un percorso preciso per riemergere dalle secche della peggiore crisi del secolo. A partire dai sussidi che molti Paesi europei, tra cui la Germania, la Francia o l’Italia, hanno garantito a un’economia precipitata in un avvelenato letargo: “Servono a sopravvivere, a ripartire”, sottolinea. Ma quando si esauriranno, il rischio è che ai giovani resti “la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e i loro redditi futuri”. Il rischio reale è quello di una “distruzione di capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale”.

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Il discorso di Draghi parte dalle macerie del coronavirus per elogiare keynesianamente la “flessibilità e il pragmatismo” con cui è stata affrontata, anche in Europa. E per formulare un “appello ad affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione”. Da questa crisi l’Europa “può uscire rafforzata”. Ma “la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà. Perciò questo passo avanti dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e nazionale”. La situazione di oggi, osserva, “richiede un impegno speciale”. L’emergenza ha richiesto “maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato”. In un altro passaggio chiave, Draghi sottolinea che “la costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili. Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire”.

L’Europa stava appena riemergendo dall’abisso della “più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace”, la crisi economica e finanziaria degli anni ’10, quando la pandemia l’ha precipitata in un buco ancora più profondo, che “minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società”, che “diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti”. Il ritorno a una crescita “che rispetti l’ambiente e non umili le persone è un imperativo assoluto”, per Draghi. Ma “una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà solo col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese credibili, perché sostenibili nel tempo”.

 

Quello dell’ex presidente della Bce è un invito a uno scatto di reni come fu l’accordo di Bretton Woods del 1944 o le riflessioni del 1943 di Alcide de Gasperi sull’Italia democratica. Prime pose di architetture post-belliche arrivate ben prima della fine del conflitto e dei fascismi. Non sappiamo, ammonisce l’economista italiano, se torneremo mai a una normalità pre-coronavirus. Meglio prepararsi a un mondo in cui bisognerà fare in modo che i colossali debiti accumulati in questa fase restino “buoni” e non si trasformino mai nel veleno che potrebbe distruggere l’ordine costituito – e la grande crisi economica e finanziaria del 2008 ci ha insegnato che ciò può avvenire molto rapidamente.

Finché non si troverà un rimedio all’epidemia dobbiamo adattarci; e “dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento”. Di più – e Draghi echeggia la famosa esortazione rooseveltiana a non farsi attanagliare dalla paura: “finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di essere noi a controllarla. Perderemmo la strada”.

 

L’ex allievo di Federico Caffè aveva già paragonato la peste del nuovo secolo alle guerre mondiali in un articolo sul Financial Times uscito nelle settimane più virulente dei contagi, che aveva fatto discutere soprattutto per l’esortazione esplicita ai Paesi europei a indebitarsi senza timidezze. Citando John Maynard Keynes e la sua grande lezione sulla necessità di adattare il proprio pensiero alla realtà che cambia, Draghi torna su quell’immagine e su quell’esortazione, distinguendo il debito “buono” da quello “cattivo”.

Sarà “buono” se “sostenibile se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca”. Sarà debito “cattivo” se utilizzato “per fini improduttivi”. I bassi tassi di interesse “non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene in quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi”.

 

Draghi consegna alla platea del Meeting un bilancio positivo degli accordi europei raggiunti nei mesi scorsi – anche se non senza qualche amarezza – ma avverte che le macerie della crisi rischiano di seppellire anzitutto i giovani. Dopo gli smottamenti degli anni scorsi provocati dai rigurgiti populisti e anti-europei, ma anche da regole europee che avevano cominciato a mostrare la corda, l’ex governatore della Banca d’Italia sostiene che “dobbiamo pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidati in questi anni”: la coesione europea, il multilateralismo nelle relazioni globali, l’adesione a un ordine giuridico mondiale. Quei cardini che ci hanno garantito un lunghissimo periodo di pace. “Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento che porterebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni Settanta del secolo scorso, a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione, ma è nelle riforme anche profonde dell’esistente”.

 

Tuttavia, è anzitutto la traiettoria interrotta della scuola, dell’università, dell’istruzione e della formazione angosciano Draghi, l’economista che studiò negli Stati Uniti ed ebbe il privilegio di cinque premi Nobel come professori. Anche perché non è chiaro se il virus ci consentirà mai di tornare a una vita normale, alla vita cui eravamo abituati prima dello scoppio della peste del nuovo secolo. “La situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e risorse finanziarie” nell’istruzione, ammonisce. Anche per una ragione morale: saranno i giovani a ereditare la nostra montagna di debiti, ereditata da decenni di scelte scriteriate, ingigantite dalla pandemia. “Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”.

 

Quanto al Recovery Fund e al Bilancio pluriennale, insomma agli importanti accordi raggiunti a luglio, Draghi non entra nel merito. Ma osserva che se il negoziato ha rischiato di spaccare nuovamente il continente, l’Europa ne può uscire comunque “rafforzata”. E l’azione dei governi poggia “su un terreno reso solido dalla politica monetaria”. Le decisioni prese di recente, secondo Draghi, “sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un ministero del Tesoro comunitario”. Dopo decenni di prevalenza dell’intergovernativo, l’economista italiano vede la Commissione tornata “al centro dell’azione”. Un sollievo, per Draghi: “non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che sarebbe dovuta essere spontanea, è stata frutto di negoziati”. Ma è anche vero che il passo in avanti “dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche”. Allora “non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia sono temporanei”.

 

La filosofia dei prossimi mesi e anni, secondo l’ex presidente della Bce, dovrà essere improntata alla famosa preghiera di Reinhold Niebuhr a Dio, perché gli desse “la serenità per accettare le cose non può cambiare, il coraggio di cambiare quelle che può cambiare e la saggezza di capire la differenza”.

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