Un’altra Venezia è possibile? Prove di ripartenza per la Serenissima senza navi e stranieri

TRA OVER E UNDER TOURISM

L’acqua alta di novembre e la pandemia da coronavirus hanno distrutto il fragile equilibrio di una città che potrebbe riscattarsi con un piano strategico che liberi Piazza San Marco dall’assalto dei turisti e favorisca le aperture dei musei con orari prolungati

di Sara Magro

L’Italia riapre ai turisti europei, ma Venezia ancora semivuota

L’acqua alta di novembre e la pandemia da coronavirus hanno distrutto il fragile equilibrio di una città che potrebbe riscattarsi con un piano strategico che liberi Piazza San Marco dall’assalto dei turisti e favorisca le aperture dei musei con orari prolungati

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A Venezia sono tornati i delfini, nelle acque di nuovo limpide della laguna, senza via vai incessante di vaporetti e navi da crociera. Finito il Carnevale, è calato un sipario su Venezia: invece della primavera, un letargo da pieno inverno. Aleggiava il pericolo di un virus contagioso, che in pochi giorni è diventato una pandemia, poi un lockdown che ha bloccato il mondo intero. L’inizio di una tragedia umana ed economica imprevedibile. Via via si sono fermati negozi, bar, ristoranti, auto, aerei, aziende, teatri fino al silenzio totale, a parte le sirene delle idrombulanze. L’unico aspetto positivo, forse l’unico di questo periodo, è poter vedere com’è il mondo se tutto si ferma.

Serenissima senza turisti e senza piano strategico

«La città si stava appena riprendendo dall’eccezionale acqua alta di novembre, che aveva rivelato le fragilità di un’economia basata solo sul turismo: in pochi giorni, sono sfumate centinaia di prenotazioni», racconta Massimiliano Zane, progettista culturale, docente dello Iulm e veneziano doc. «Il cambiamento climatico è innegabile, eppure non esiste ancora un piano strategico per affrontarlo. Poi, a ferite già scoperte, arriva il Coronavirus, che riazzera le prenotazioni compromettendo la stagione estiva».
Con 23 milioni di visitatori all’anno (per difetto, ndr), Venezia era a pieno titolo la capitale del turismo di massa e, a detta di tutti, non era più vivibile, soprattutto per i 54 mila abitanti, ciascuno dei quali deve contendersi lo spazio con 370 turisti. La situazione era insostenibile. Poi a un tratto, in poche settimane ne ha persi più del 90%. Passare in una stagione dall’overtourism all’undertourism ha provocato alla Serenissima uno shock.

All’improvviso nelle calli, sui ponti e in piazza San Marco si sentiva parlare solo con accento veneziano e sui canali tranquilli passavano barche private, persino qualche kayak. La città da Disneyland della Storia è tornata Civitas vissuta, aprendo uno scenario nuovo, idilliaco.

Tutti al mare (e non al museo)

La situazione creata dal coronavirus può essere un’opportunità di rilancio sostenibile. Ma Zane ne dubita: «Temo che andrà sprecata. Venezia non vede l’ora di tornare al modello di prima, forte dei numeri. Basti vedere cosa è successo per il ponte del 2 giugno, il primo di apertura: c’è stata la solita invasione di turisti, locali stavolta, in coda sul ponte della Libertà e assembrati in attesa dei battelli, ancora ridotti a 1/3 della flotta e al 50% della capienza. E dove andavano? Alle spiagge del Lido. Che sia locale, nazionale o internazionale, la calca si ripresenta ai consueti appuntamenti, con le stesse modalità.
D’altra parte, i musei erano ancora chiusi. E gli 11 civici lo sono ancora, a parte Palazzo Ducale e i due di Murano e Burano. Secondo Zane, la logica è sempre la stessa: concentrare tutti in piazza San Marco, così il “Mr X” di turno dal Nevada vede al massimo la basilica e il ponte di Rialto. Il professore sostiene che l’uso edonistico del patrimonio culturale a soli fini turistici non funziona: non si può valorizzare un museo in base al numero di ingressi. Se per esempio, Palazzo Fortuny, il Museo Correr e quello di Palazzo Mocenigo aprissero con sconti sui biglietti e orari prolungati, aumenterebbero i visitatori, contribuirebbero a decongestionare il centro e a trattenere i visitatori fino all’ora di cena nei ristoranti intorno.

Vivere la città è la via più sostenibile

Il messaggio che passa è che senza il turismo di massa la città muore. Invece, sarebbe fondamentale approfittare delle crisi per sperimentare un modello più autentico, facilitando innanzitutto la vita quotidiana con una mobilità migliore e affitti più bassi, riducendo il fuggi fuggi generale. «Airbnb è peggio del Covid» – si legge sul New York Times (“Can a city whose history and culture drew tens of millions of visitors a year reinvent itself? The coronavirus may give it a chance to try”). Ha trasformato Venezia in una città fantasma, costringendo alla periferia cittadini e gli studenti universitari. «Formiamo talenti che appena laureati scappano, perché Venezia è invivibile», spiega Zane. Ed è un peccato, perché chi vive bene in un luogo ne diventa l’ambasciatore più autentico, che sia un funzionario, un operatore culturale, un oste o un artigiano.

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