Dare un senso alla bellezza

Il dissidio teoretico è forse più apparente che reale: dipende se si assume il punto di vista del biologo onnisciente o dell’animale che effettua la scelta. Dal punto di vista di chi sceglie, il giudizio è estetico e arbitrario: scelgo quel maschio perché lo trovo bello. Dal punto di vista del biologo onnisciente la ragione ultima del giudizio estetico è adattativa e non arbitraria: scelgo il partner bello perché così avrò figli belli che saranno attraenti per altre femmine che adottino i miei stessi criteri di giudizio. L’arbitrarietà riguarda i contenuti della «bellezza che capita», come la chiama Prum, non il meccanismo adattativo.

Per sostenere il suo approccio Prum ci offre esempi di incantevole bellezza etologica, come il corteggiamento del maschio dell’argo maggiore (Argusianus grayi), un fasianide che abita le foreste tropicali della Malesia, il quale dispiega le penne delle ali in una spettacolare semisfera, il cui intricatissimo disegno va ad avvolgere la femmina. C’è ovviamente coevoluzione tra la raffinatezza dell’ornamento e l’altrettanto sofisticata valutazione estetica di chi lo esamina, la femmina in questo caso (le circostanze in cui la scelta sia maschile e gli ornamenti sono portati dalle femmine sono meno frequenti in natura , ma esistono per esempio laddove vi sia poliandria, che è rara tra i mammiferi ma si osserva a volte tra gli uccelli, quando più maschi, di solito imparentati tra loro, condividono una femmina). L’ornamento si è evoluto in una forma così elaborata proprio perché un gran numero di versioni alternative di questo non sono state scelte dalle femmine, le quali ne sono pertanto le vere artefici, che si tratti delle elaborate pergole degli uccelli giardinieri o della morfologia del pene degli Anatidi.

Prum sottolinea la soggettività e l’arbitrarietà dell’esperienza estetica. Un esperimento condotto dallo psicologo Shigeru Watanabe può aiutarci a mettere a fuoco questo aspetto (Anim Cogn. 2010, 13: 75-85). Watanabe ha chiesto a un gruppo di persone di valutare dei disegni eseguiti da dei bambini classificandoli come belli o brutti (gli osservatori mostrano una grande uniformità in questo genere di giudizi). Successivamente lo studioso ha insegnato a dei piccioni a discriminare tra i due esemplari di alcune coppie di disegni. In ciascuna coppia un disegno era stato classificato in precedenza dalle persone come bello e l’altro come brutto. I piccioni, che ricevevano un premio se sceglievano il disegno bello, imparavano il compito con facilità. Ovviamente ciò non dimostra nulla circa il loro apprezzamento estetico, semplicemente discriminavano tra due stimoli differenti. Ma adesso viene il bello (!), perché a questo punto lo scienziato giapponese pescava delle nuove coppie di disegni dall’insieme originario, mai vedute prima dagli animali. Senza bisogno di alcun addestramento, sin dalla prima prova i piccioni generalizzavano correttamente, scegliendo il disegno categorizzato come bello dagli osservatori umani.

L’esperimento mostra che i giudizi estetici sono largamente i medesimi tra i diversi individui e addirittura tra individui di specie diversa. Il giudizio dei piccioni sui disegni dei bambini fa il paio con il nostro apprezzamento estetico della coda del pavone o del canto dell’usignolo. Però c’è un problema qui. Se davvero il giudizio estetico è arbitrario, non riflettendo un adattamento diretto – un segnale onesto del possesso di un tratto geneticamente utile o eventualmente un segnale disonesto che ne simuli la disponibilità – per quale ragione non mostra una completa capricciosità, variando nei diversi individui? Perché i gusti delle femmine non differiscono in maniera individuale? Ovviamente, se ciò accadesse verrebbe meno il meccanismo che sostiene la selezione sessuale: bisogna che il maschio sia sexy anche per le altre femmine, che debbono mostrano tutte un simile giudizio, affinché la scelta estetica di una particolare femmina abbia come esito finale la generazione di molti nipoti. Ma questo significa che devono esistere meccanismi interni alla costituzione stessa dei sistemi nervosi che vincolano i giudizi estetici, che li fanno cioè convergere verso valutazioni simili.

Libri come questo di Prum ci ricordano che la bellezza è un tutt’uno con la biologia, con la vita e con la morte. Perché, come dice Jep Gambardella, il protagonista de La Grande Bellezza: «Finisce sempre così, con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. (…) sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza».

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